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Archive for December, 2005

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Il Denaro

Qui Pechino

24 Dicembre 2005

http://www.denaro.it/go/a/_articolo.qws?recID=224409

Si pronuncia “hexie shehui”, significa “società armoniosa”. È il nuovo slogan che sta tappezzando le città cinesi: appeso alle fermate degli autobus, nelle stazioni della metropolitana e sulle cancellate di lamiera che circondano i cantieri in cui si lavora notte e giorno per trasformare Pechino entro il 2008. L’ha lanciato a più riprese, negli ultimi mesi, Hu Jintao, presidente della repubblica, segretario generale del partito e capo dell’esercito, ed è stato ratificato nel corso della quinta sessione del XVI congresso nazionale del Pcc, dall’8 all’11 ottobre.

Da allora non è mancata un giorno dalle pagine dei quotidiani cinesi. Il comitato centrale del partito l’ha ufficialmente sdoganata approvando il cosiddetto “piano per l’economia nazionale e lo sviluppo sociale”, vale a dire l’undicesimo piano quinquennale della Repubblica popolare: strumento di programmazione socialista in un’economia sempre più orientata al capitale.

Tre sono i punti fondamentali del piano. Uno riguarda la promozione della ricerca scientifica. Un altro è dedicato alla difesa dell’ambiente e alle risorse energetiche, di cui la Cina ha sempre più fame: proprio a Pechino si è svolta pochi giorni fa la conferenza sull’energia rinnovabile che ha fatto seguito al Summit Mondiale sullo Sviluppo Sostenibile (WSSD) tenutosi a Johannesburg nel 2002 e alla Conferenza Internazionale sull’energia rinnovabile di giugno 2004 a Bonn.

Ma il nocciolo centrale del programma è la promessa politicamente più significativa: la costruzione, appunto, di una “società armoniosa”.

Negli ultimi anni, le disparità sociali registrate in Cina sono diventate enormi. Si tratta innanzi tutto di disparità geografiche: mentre le province della costa orientale sono state i “laboratori” del capitalismo e hanno beneficiato del boom economico degli ultimi 25 anni, quelle centrali e occidentali, e in generale tutte le zone rurali, sono rimaste in molti casi ancora ferme allo stato in cui si trovavano nel 1979, quando Deng Xiaoping lanciò la politica delle “quattro modernizzazioni”.

E poi c’è una disparità sociale, che si registra ovunque: il baratro che separa i livelli di reddito dei più ricchi e quelli dei più poveri. Lo dicono le statistiche ufficiali stilate dal governo: la fascia meno abbiente della popolazione, pari al 10% del totale, disporrebbe oggi solo del 2 % delle risorse nazionali, mentre la fascia più ricca, sempre circa il 10% dei cinesi, godrebbe da sola del 40% delle risorse.

Quello che il piano quinquennale promette è di spostare finalmente l’accento dall’ossessione per i tassi di crescita alla creazione di una società più omogenea e giusta. Gli esperimenti di Deng Xiaoping si basavano sull’accettazione del fatto che alcune zone si sarebbero arricchite prima delle altre, ma ora i dirigenti si sono resi conto che è giunto il momento di smussare gli spigoli della società. Sanno bene che è dallo scontento nelle campagne, dalla massa dei lavoratori migranti che preme sulle città e dagli scandali della corruzione che possono venire concrete minacce al loro potere. Il piano parla di azioni concrete per ridurre la disoccupazione e garantire l’accesso all’istruzione e alla sanità pubblica a un maggior numero di persone. Le prime misure sono già state annunciate: investimenti pari a oltre un miliardo di euro per iniziative volte a favorire la rioccupazione, 300 milioni di euro per aumentare la sicurezza sul lavoro, specialmente nelle miniere dove gli incidenti sono all’ordine del giorno. E poi esenzioni dalle tasse per 730 milioni di contadini e l’estensione del nuovo sistema cooperativo di assicurazione sanitaria a tutta la popolazione rurale entro il 2010. In questo quadro si inserisce la recente ratifica da parte della Cina della Convenzione delle Nazioni Unite contro la corruzione adottata dall’Assemblea Generale Onu il 31 ottobre 2003: «La corruzione – ha dichiarato il segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan – distogliendo risorse che andrebbero destinate allo sviluppo, minando la capacità dei governi di garantire i servizi essenziali, alimentando la disuguaglianza e l’ingiustizia e scoraggiando gli investimenti e gli aiuti esteri, colpisce in maniera diseguale le fasce più povere». Aderendo alla Convenzione delle Nazioni Unite, la Cina dimostra la sua volontà non solo di conformarsi sempre più alla regole e agli accordi internazionali, ma anche di dare segnali forti al proprio interno nella lotta avviata contro il potere corrotto, al fine di contenere il dissenso delle fasce povere. La convenzione agevolerà il rimpatrio dei criminali fuggiti all’estero, molti dei quali risultano essere ex funzionari corrotti. Inoltre fornirà maggiori strumenti per il recupero di patrimoni cinesi illegalmente trasferiti oltre frontiera.

 

 

 

 

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