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Archive for the ‘Articles in newspapers’ Category

gLAWcal Newsletter – Issue no. 16, 2014: Focus on Healthcare Policy in the World

Newsletter gLAWcal - Issue 16, 2014 JPEG

The Special Issue of gLAWcal Newsletter with focus on “Healthcare Policy in the World” has been realized by gLAWcal – Global Law Initiatives for Sustainable Development (United Kingdom) in collaboration with the University Institute of European Studies (IUSE) in Turin (Italy) and the University of Piemonte Orientale, Novara (Italy), which are both beneficiaries of the European Union Research Executive Agency IRSES Project “Liberalism in Between Europe And China” (LIBEAC) coordinated by Aix-Marseille University. This work has been realized in the frame of Workpackage 4

Full text available at the following link:
http://glawcal.org.uk/files/Newsletter/2014/Newsletter_gLAWcal_-_Issue_16_2014.pdf

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Brevetti e Indicazioni Geografiche in Cina 

in Orizzonte Cina Novembre 2012

Paolo Davide Farah

Senior Lecturer in Law (Associate Professor level) at Edge Hill University, Department of Law & Crimionology (United Kingdom) & Visiting Scholar (2011-2012) at Harvard Law School East Asian Legal Studies

To have access to the pdf of the paper please click here: OrizzonteCina Novembre 2012

Brevetti

Nel corso della sua storia millenaria, l’Impero Cinese non ha mai avuto un sistema uniforme ed articolato di protezione della proprietà intellettuale. In Occidente, infatti, si è assistito alla nascita di un importante concetto del tutto assente nella storia e mentalità cinese. Si tratta dell’idea per cui l’autore o l’inventore debbano essere trattati quali “proprietari” delle loro creazioni ed ottenere quindi la protezione da parte dello Stato nei confronti di qualsiasi tipo di aggressione. In Cina ci sono in effetti stati, fin dalla prima età imperiale, casi sporadici di protezione di opere, ma non con la finalità di proteggere l’individuo, quanto piuttosto il potere imperiale. Nessuna traccia invece è dato trovare della protezione di invenzioni attraverso quelli che noi oggi chiamiamo “brevetti”.

(Per un maggiore approfondimento si rinvia a 1) https://paolofarah.files.wordpress.com/2011/03/el-comercio-con-china-di-p-d-farah-e-cima-versione-finale.pdf  e a 2) https://paolofarah.files.wordpress.com/2011/03/paolo-davide-farah-linfluenza-confuciana-sulla-costruzione-del-sistema-giuridico-e-politico-cinese.pdf)

La Cina ha adottato la sua prima Legge sui Brevetti il 12 Marzo 1984. Nello stesso anno è anche diventata Parte della Convenzione di Parigi per la Protezione della Proprietà Industriale (dopo aver aderito all’ Organizzazione Mondiale per la Proprietà Intellettuale nel 1980) e non deve quindi stupire come questa prima versione della legge rifletta chiaramente molti principi presenti nella Convenzione.

Durante i negoziati per l’accesso all’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), nel 1992, la suddetta norma è stata modificata per la prima volta ma, quando nel 1994 è stato adottato l’Accordo sugli aspetti commerciali dei diritti di proprietà intellettuale (TRIPs), rimanevano ancora molte antinomie tra quest’ultimo e la normativa cinese (per un approfondimento sull’accordo TRIPs in generale si rinvia al sito istituzionale della WTO: http://www.wto.org/english/tratop_e/trips_e/trips_e.htm). Essa fu quindi sottoposta ad ulteriori modifiche ed interventi nell’agosto 2000 ed infine, nel 2005, è iniziata la terza revisione, conclusasi nel dicembre 2008, la quale ha introdotto numerose novità in molti settori tra cui la procedura per la concessione, la proprietà e la gestione dei brevetti.

Per quanto concerne l’insieme delle caratteristiche che un’invenzione deve possedere per essere brevettabile, l’Articolo 22 della normativa cinese è stato modificato in conformità all’Articolo 27 TRIPs, in quanto richiede come presupposti essenziali “novità, originalità o attività inventiva, industrialità”. Non vi è stato invece alcun bisogno di intervenire sull’Articolo 25, che contiene l’elenco delle eccezioni (1. Scoperte scientifiche; 2. Metodi per diagnosi e trattamento delle malattie; 3.Varietà vegetali e animali; 4. Sostanze ottenute tramite trasformazione nucleare), già conforme ai requisiti dell’Accordo OMC. Lo stesso deve dirsi per la durata dei brevetti, stabilita in 20 anni in entrambi i testi. Modifiche sono state invece apportate all’Articolo 11, in quanto in origine non prevedeva tra i diritti conferiti al titolare del brevetto quello di proibire l’offerta di vendita dell’invenzione protetta. Adesso invece, in conformità con l’Articolo 28 TRIPs, la disposizione recita: “(…) no entity or individual may, without the authorization of the patentee, exploit the patent, that is, make use, offer to sell, sell or import the patented product, or use the patented process, and use, offer to sell, sell or import the product directly obtained by the patented process, for production or business purposes”.

Il Capitolo VI della legge cinese, contenente le previsioni in materia di licenze obbligatorie per l’utilizzo di brevetti, era conforme ai dettami dell’Accordo TRIPs ancor prima che la Cina aderisse all’OMC (per un maggiore approfondimento relativo all’integrazione della Cina nella WTO, si rinvia a : https://paolofarah.files.wordpress.com/2011/03/paolofarahliei263-304.pdf e in italiano a https://paolofarah.files.wordpress.com/2011/04/paolo-farah-ladesione-della-cina-allorganizzazione-mondiale-del-commercio-come-concilare-cultura-e-diritto-mondo-cinese.pdf).

Per ottenere una licenza obbligatoria infatti, il richiedente deve provare di essere stato nell’impossibilità di concludere un accordo di licenza con il titolare del brevetto entro un termine ragionevole. Il diritto così ottenuto dall’utilizzatore non deve essere in alcun modo considerato esclusivo e si richiede inoltre che questi paghi al titolare un equo compenso. L’unica incongruenza riguarda il trattamento delle licenze obbligatorie in tema di “brevetti dipendenti”, in quanto si limitava a richiedere che l’invenzione dipendente rappresentasse un mero “avanzamento tecnico” rispetto alla prima, mentre la corrispondente norma del TRIPs individua come necessaria la presenza di “un importante avanzamento tecnico di considerevole rilevanza economica in relazione all’invenzione rivendicata nel primo brevetto”. Tale discrepanza ha portato a modificare l’Articolo 48 della normativa cinese che adotta ora la stessa dizione dell’Articolo 31(l) TRIPs.

Nel 2008 è stato poi introdotto l’Articolo 48, che prevede due ulteriori casi in cui può essere concessa una licenza obbligatoria: nel caso in cui l’uso del brevetto da parte del titolare restringa o elimini la concorrenza e nel caso in cui il titolare, dopo che siano trascorsi tre anni dalla concessione del brevetto, non lo abbia utilizzato, o anche solo non sufficientemente utilizzato, senza che vi fosse un giustificato motivo.  La terza ed ultima revisione a cui la legge è stata sottoposta introduce nuove norme, anche in materia di attuazione, per rendere il complesso di regole già esistenti più efficace.

Indicazioni Geografiche

Le indicazioni geografiche sono compiutamente descritte all’Articolo 22 (1) TRIPs come quelle “indicazioni che identificano un prodotto come originario del territorio di un Membro, o di una regione o località di detto territorio, quando una determinata qualità, la notorietà o altre caratteristiche del prodotto siano essenzialmente attribuibili alla sua origine geografica”. La stessa norma richiede agli Stati Membri di predisporre mezzi idonei a prevenire l’utilizzo di indicazioni false tali da ingannare il pubblico e rendere invalida la registrazione di marchi che contengano tali indicazioni. Occorre rilevare che prima della riforma del 2001, non era possibile trovare nemmeno un accenno alle indicazioni geografiche in alcuna legge cinese in materia proprietà intellettuale. La relativa definizione fu in quell’anno introdotta nella Legge sui Marchi ed è ora totalmente conforme al dettato del TRIPs.

Nel complesso, si può quindi a ragione affermare che le modifiche apportate all’intero corpo normativo cinese in materia di proprietà intellettuale dopo l’adesione all’OMC ha prodotto risultati estremamente positivi, senza però impedire la permanenza di sostanziali incongruenze, come ad esempio si può notare con riferimento alla Legge sui Marchi laddove, parlando di marchi notori, fa riferimento solo ai beni e non anche ai servizi, o laddove non menziona le indicazioni geografiche nello specifico settore dei vini e degli alcolici. Nonostante ciò, le principali preoccupazioni dei Paesi occidentali (in particolare Stati Uniti e Unione Europea) riguardano non tanto questi aspetti sostanziali quanto piuttosto le tematiche connesse alla loro concreta attuazione.

To have access to the pdf of the paper please click here: OrizzonteCina Novembre 2012

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La Cina di fronte agli obblighi dell’accordo sulla proprietà intellettuale

di Paolo Davide Farah

Agosto 2011

Link to the pdf of the journal – Link al pdf della rivista: ORIZZONTE CINA AGOSTO 2011

Paolo Davide Farah, La Cina di fronte agli obblighi dell’accordo sulla proprietà intellettualeOrizzonte Cina, Mensile di informazione e analisi su politica, relazioni internazionali e dinamiche socio-economiche della Cina contemporanea, Istituto Affari Internazionali (IAI),Torino World Affairs Institute (TWAI), Agosto 2011, pp. 5

L’incalzante dilagare del mercato del falso ha spinto negli ultimi mesi il Ministero dello Sviluppo Economico a istituire un network di assistenza alle imprese in materia di tutela della proprietà intellettuale sotto forma di 13 IPR (Intellectual Property Rights) DESKS nel mondo, di cui tre in territorio cineseQuesti sviluppi, di cui abbiamo dato conto su OrizzonteCina nel maggio scorso, si rendono necessari, nel caso della Cina, a causa della lentezza e della difficoltà con cui le autorità di Pechino stanno attuando le normative che hanno dovuto adottare in ottemperanza agli obblighi contratti con l’accesso all’Organizzazione Mondiale per il Commercio nel 2001. Il riferimento è in particolare all’Accordo TRIPS (“Agreement on Trade Related Aspects of Intellectual Property Rights”, ossia “Accordo sugli aspetti dei diritti di proprietà intellettuale relativi al commercio”) che, oltre a una sezione introduttiva sui principi cardine dell’intero sistema, può essere sommariamente suddiviso in due parti: gli Articoli 9-40 stabiliscono le regole sostanziali per i diversi tipi di proprietà intellettuale (diritto d’autore e diritti connessi, marchi, indicazioni geografiche, brevetti, disegni industriali, topografie di prodotti a semiconduttori e informazioni segrete), mentre gli Articoli 41-61 disciplinano la loro attuazione. Tra il 1999 e il 2001 il parlamento cinese ha modificato molti regolamenti e leggi e ne ha introdotti di nuovi. Per fare qualche esempio, la legge sul copyright è stata modificata nell’ottobre 2001 e i relativi regolamenti attuativi sono entrati in vigore il 15 settembre 2002, mentre i regolamenti per la protezione dei Computer Software sono stati profondamente modificati nel gennaio 2002. La nuova legge sui brevetti è entrata in vigore il 1° luglio 2001 dopo aver subìto anch’essa incisivi interventi di modifica insieme ai relativi regolamenti attuativi. La legislazione sui marchi è stata modificata nel dicembre 2001 e i regolamenti attuativi il 15 settembre 2002. Il processo di riforma è peraltro proseguito anche dopo questa prima fase di intensi cambiamenti. La prima legge sui marchi è stata adottata in Cina il 23 agosto 1982 e modificata il 1° marzo 1993. Per rispettare quanto richiesto dall’Organizzazione mondiale del commercio (Omc), essa è stata poi sottoposta ad un’ulteriore revisione nell’ottobre 2001, che ha eliminato le rimanenti discrepanze rispetto alle normativa internazionale. Per quanto concerne le caratteristiche essenziali che un marchio deve possedere, la normativa cinese, anche dopo la prima modifica, non era perfettamente conforme a quanto previsto dall’articolo 15 del TRIPs, limitandosi ad includere “lettere, elementi figurativi o una loro combinazione”. L’articolo 8 della Legge sui Marchi è stato così sottoposto ad un’ulteriore revisione nel 2001, riprendendo le esatte parole del TRIPs: “parole, elementi figurativi, lettere, numeri, elementi figurativi tridimensionali e combinazioni cromatiche, nonché qualsiasi combinazione di tali segni”. Il vuoto normativo più evidente si notava però in materia di marchi notori, i quali non ricevevano alcuna formale protezione nella versione originale della legge. Dopo la revisione del 2001, l’Articolo 13, ora espressamente dedicato ai marchi notori, esclude la possibilità di registrazione e proibisce l’uso di marchi che costituiscano la riproduzione, imitazione o traduzione, in grado di confondere ed ingannare il pubblico, di un marchio noto. La Legge sul Diritto d’Autore della Rpc fu adottata il 7 settembre 1990 e poi modificata il 27 ottobre 2001. La nuova e ultima versione è in linea generale conforme a quanto richiesto dall’Accordo dell’Omc in materia. In base all’Articolo 21 della normativa cinese, la durata della protezione coincide con quella della vita dell’autore a cui devono essere sommati 50 anni, o semplicemente 50 anni se si tratta di un ente, esattamente come richiesto dall’Articolo 12 TRIPs. Tra gli articoli riformati nel 2001 si annoverano il 10 (7) e il 41, in base ai quali ora, riproducendo le esatte parole dell’Articolo 11 TRIPs, gli autori di programmi per elaboratore, opere cinematografiche o fonogrammi hanno il diritto di proibire o autorizzare il noleggio al pubblico di originali o copie delle opere prodotte. Per quanto riguarda in particolare i programmi per computer, poi, l’Omc richiede che vengano protetti alla stregua di opere letterarie mentre in origine la legge cinese attribuiva al Consiglio di Stato (il Governo cinese) il compito di adottare le misure considerate più idonee per la loro protezione. Il documento che era stato adottato dal Consiglio prevedeva la necessità di registrare il programma per poter ottenere una qualsivoglia protezione, scontrandosi quindi con la totale assenza di tale requisito nell’Accordo TRIPs. Si intervenne quindi nel 2002 con un nuovo regolamento con cui la suddetta condizione è stata eliminata.

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Paolo Farah, Proprietà intellettuale tra visione confuciana e OMC, Orizzonte Cina, Mensile di informazione e analisi su politica, relazioni internazionali e dinamiche socio-economiche della Cina contemporanea, Istituto Affari Internazionali (IAI), Torino World Affairs Institute (TWAI), Maggio 2011, pp. 4-5

To download the full-text click on : Orizzonte Cina Maggio 2011.

Nel corso della sua storia millenaria, l’Impero Cinese non ha mai avuto un sistema uniforme ed articolato di protezione della proprietà intellettuale. Secondo il parere di molti studiosi, la protezione delle opere letterarie sarebbe nata insieme e come conseguenza dell’invenzione ed introduzione della stampa. Nonostante ciò, se si osservano separatamente l’evoluzione del mondo occidentale e della Cina, si può facilmente notare quanto siano differenti i rispettivi percorsi storici. In Occidente, infatti, si è assistito alla nascita di un importante concetto del tutto assente nella storia e mentalità cinese. Si tratta dell’idea per cui l’autore o l’inventore debbano essere trattati quali “proprietari” delle loro creazioni ed ottenere quindi la protezione da parte dello Stato nei confronti di qualsiasi tipo di aggressione. In Cina ci sono in effetti stati, fin dalla prima età imperiale, casi sporadici di protezione di opere, ma non con la finalità di proteggere l’individuo, quanto piuttosto il potere imperiale. Nessuna traccia invece è dato trovare della protezione di invenzioni attraverso quelli che noi oggi chiamiamo “brevetti”. La peculiare situazione che viene così a crearsi è in realtà frutto dell’assenza, nella mentalità cinese, della concezione che vede la creazione intellettuale come proprietà del suo creatore, sia esso un individuo o un qualsivoglia soggetto. Secondo la tradizione cinese, infatti, la conoscenza ha natura di bene pubblico e quindi comune. A dimostrazione di ciò, lo stesso Confucio era solito sostenere di non aver creato conoscenza ma di essersi limitato a trasmetterla. I primi cambiamenti si manifestarono verso il finire del secolo XIX: la forte crescita economica da un lato e la crescente partecipazione del paese ai traffici commerciali internazionali dall’altro hanno col tempo condotto a molteplici problemi in materia di protezione della proprietà intellettuale, soprattutto per quanto riguarda la contraffazione dei marchi. Ciò nonostante, la Cina non ha inizialmente aderito alle Convenzioni di Berna e di Vienna, rendendo così il commercio con e in Cina estremamente difficile e rischioso per gli operatori stranieri. Alcuni decenni più tardi, grazie alla pressione esercitata da alcuni paesi occidentali (in modo particolare Stati Uniti, Europa e Canada), la dinastia Qing ha iniziato ad introdurre nella propria legislazione interna i concetti di protezione dei marchi prima e delle opere dell’ingegno e dei brevetti poi. Durante i primi anni di vita della Repubblica Popolare Cinese, era comunque ancora lo Stato ad essere visto come principale, se non unico, beneficiario della protezione della proprietà intellettuale. Durane la Rivoluzione Culturale, si cominciò a pensare che la protezione della proprietà intellettuale fosse funzionale alle cd. “quattro modernizzazioni” (agricoltura, industria, scienza e tecnologia). Il Governo Cinese ha così adottato tre leggi, sulla protezione rispettivamente dei marchi, delle opere dell’ingegno e dei brevetti, ed ha aderito ad alcune tra le fondamentali convenzioni in materia. Nessuna di queste può essere però paragonata, quanto a completezza, organicità e conseguenze, all’Accordo TRIPS, con cui la Cina si trova ora a dover fare i conti, come conseguenza della sua adesione all’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC).

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To get full access to the article, please click here: SOCIETA ARMONIOSA SLOGAN PER LA CINA

Il Denaro

Qui Pechino

24 Dicembre 2005

http://www.denaro.it/go/a/_articolo.qws?recID=224409

Si pronuncia “hexie shehui”, significa “società armoniosa”. È il nuovo slogan che sta tappezzando le città cinesi: appeso alle fermate degli autobus, nelle stazioni della metropolitana e sulle cancellate di lamiera che circondano i cantieri in cui si lavora notte e giorno per trasformare Pechino entro il 2008. L’ha lanciato a più riprese, negli ultimi mesi, Hu Jintao, presidente della repubblica, segretario generale del partito e capo dell’esercito, ed è stato ratificato nel corso della quinta sessione del XVI congresso nazionale del Pcc, dall’8 all’11 ottobre.

Da allora non è mancata un giorno dalle pagine dei quotidiani cinesi. Il comitato centrale del partito l’ha ufficialmente sdoganata approvando il cosiddetto “piano per l’economia nazionale e lo sviluppo sociale”, vale a dire l’undicesimo piano quinquennale della Repubblica popolare: strumento di programmazione socialista in un’economia sempre più orientata al capitale.

Tre sono i punti fondamentali del piano. Uno riguarda la promozione della ricerca scientifica. Un altro è dedicato alla difesa dell’ambiente e alle risorse energetiche, di cui la Cina ha sempre più fame: proprio a Pechino si è svolta pochi giorni fa la conferenza sull’energia rinnovabile che ha fatto seguito al Summit Mondiale sullo Sviluppo Sostenibile (WSSD) tenutosi a Johannesburg nel 2002 e alla Conferenza Internazionale sull’energia rinnovabile di giugno 2004 a Bonn.

Ma il nocciolo centrale del programma è la promessa politicamente più significativa: la costruzione, appunto, di una “società armoniosa”.

Negli ultimi anni, le disparità sociali registrate in Cina sono diventate enormi. Si tratta innanzi tutto di disparità geografiche: mentre le province della costa orientale sono state i “laboratori” del capitalismo e hanno beneficiato del boom economico degli ultimi 25 anni, quelle centrali e occidentali, e in generale tutte le zone rurali, sono rimaste in molti casi ancora ferme allo stato in cui si trovavano nel 1979, quando Deng Xiaoping lanciò la politica delle “quattro modernizzazioni”.

E poi c’è una disparità sociale, che si registra ovunque: il baratro che separa i livelli di reddito dei più ricchi e quelli dei più poveri. Lo dicono le statistiche ufficiali stilate dal governo: la fascia meno abbiente della popolazione, pari al 10% del totale, disporrebbe oggi solo del 2 % delle risorse nazionali, mentre la fascia più ricca, sempre circa il 10% dei cinesi, godrebbe da sola del 40% delle risorse.

Quello che il piano quinquennale promette è di spostare finalmente l’accento dall’ossessione per i tassi di crescita alla creazione di una società più omogenea e giusta. Gli esperimenti di Deng Xiaoping si basavano sull’accettazione del fatto che alcune zone si sarebbero arricchite prima delle altre, ma ora i dirigenti si sono resi conto che è giunto il momento di smussare gli spigoli della società. Sanno bene che è dallo scontento nelle campagne, dalla massa dei lavoratori migranti che preme sulle città e dagli scandali della corruzione che possono venire concrete minacce al loro potere. Il piano parla di azioni concrete per ridurre la disoccupazione e garantire l’accesso all’istruzione e alla sanità pubblica a un maggior numero di persone. Le prime misure sono già state annunciate: investimenti pari a oltre un miliardo di euro per iniziative volte a favorire la rioccupazione, 300 milioni di euro per aumentare la sicurezza sul lavoro, specialmente nelle miniere dove gli incidenti sono all’ordine del giorno. E poi esenzioni dalle tasse per 730 milioni di contadini e l’estensione del nuovo sistema cooperativo di assicurazione sanitaria a tutta la popolazione rurale entro il 2010. In questo quadro si inserisce la recente ratifica da parte della Cina della Convenzione delle Nazioni Unite contro la corruzione adottata dall’Assemblea Generale Onu il 31 ottobre 2003: «La corruzione – ha dichiarato il segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan – distogliendo risorse che andrebbero destinate allo sviluppo, minando la capacità dei governi di garantire i servizi essenziali, alimentando la disuguaglianza e l’ingiustizia e scoraggiando gli investimenti e gli aiuti esteri, colpisce in maniera diseguale le fasce più povere». Aderendo alla Convenzione delle Nazioni Unite, la Cina dimostra la sua volontà non solo di conformarsi sempre più alla regole e agli accordi internazionali, ma anche di dare segnali forti al proprio interno nella lotta avviata contro il potere corrotto, al fine di contenere il dissenso delle fasce povere. La convenzione agevolerà il rimpatrio dei criminali fuggiti all’estero, molti dei quali risultano essere ex funzionari corrotti. Inoltre fornirà maggiori strumenti per il recupero di patrimoni cinesi illegalmente trasferiti oltre frontiera.

 

 

 

 

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To get full access to the article, please click here: ACCESSO AL MERCATO CINESE SE NE DISCUTE IN SENO ALL’UE

Il Denaro

Qui Pechino

19 Novembre 2005

http://www.denaro.it/go/a/_articolo.qws?recID=220547

Il ministro del Commercio cinese Bo Xilai incontra a Bruxelles il Commissario europeo per il Commercio Peter Mandelson e il Commissario europeo per le Relazioni esterne Benita Ferrero-Waldner. I colloqui, focalizzati principalmente sull’avanzamento dei lavori del Doha Round, riguardano temi di centrale importanza per gli imprenditori europei: l’accesso al mercato dei servizi in Cina, la protezione della proprietà intellettuale e i progressi della Cina per raggiungere i requisiti richiesti per il riconoscimento dello status di “economia di mercato”, secondo le regole dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. La recente controversia nel settore del tessile, conclusasi con rinnovato accordo, aveva fatto presagire future tensioni nelle relazioni tra Ue e Cina. Tuttavia bisogna ricordare che, in questo caso, è stata l’Ue a richiedere al Governo cinese una sostanziale modifica degli accordi presi nel ‘95. La Cina sarebbe probabilmente uscita vincitrice in un’eventuale controversia al Wto contro l’Ue, ma aveva optato per la ricerca di un compromesso. Ben diversa è la situazione nel caso dei servizi in cui la Cina non si sta conformando agli impegni presi a seguito dell’adesione al Wto. Il Commissario Mandelson non nasconde alla sua controparte cinese che l’Ue è pronta ad agire contro il Governo cinese in base alle regole del Wto per imporre alla Cina l’apertura di numerosi mercati, fra i quali quello dell’automobile. Il settore dell’auto è, infatti, soltanto uno dei mercati dove gli imprenditori europei hanno costantemente difficoltà di accesso. Si pensi, in particolare, al settore bancario, delle telecomunicazioni e delle costruzioni. Al Wto, gli Stati dell’Unione Europea parlano una sola lingua e sono rappresentati dalla Commissione europea. Ciò non significa che il Governo italiano e le sue imprese non abbiano alcuna possibilità di intervento. La Commissione europea dovrebbe incrementare il controllo dell’ordinamento giuridico interno cinese nei settori di maggiore interesse economico per le aziende italiane ed europee in generale. L’Italia potrebbe farsi promotrice presso la Commissione Europea di nuove proposte in tal senso, e non semplicemente supportare l’avvio di nuove procedure di “salvaguardia” nei confronti della Cina. L’Ue deve mantenere rapporti amichevoli con la Cina, ma deve anche proteggere i propri interessi.

 

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To get full access to the program, please click here: COSTRUZIONI E INFRASTRUTTURE NEL FUTURO DELLA METROPOLI CINESE

Il Denaro

Napoli

25 Ottobre 2005

http://www.denaro.it/go/a/_articolo.qws?recID=217803

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